Storia di un matrimonio: w gli sposi

Questo, come il precedente post, è il racconto di un matrimonio visto con gli occhi di un ospite del team. Francesco ci ha seguito durante un servizio fotografico e qui troverete il suo racconto. 

La seconda tappa è a casa della sposa. Entrare in casa significa mettere un piede nella vita di qualcun altro: ti apre la porta ma il primo piede che deve entrare è quello del rispetto. “Buongiorno signora” alla madre della sposa e poi sorrisi, domande di cortesia, qualche accenno alle emozioni che arriveranno come un fiume in piena durante la giornata. Si respirano grande euforia ma anche un po’ di ansia: è tutto pronto e organizzato ma nessuno dimostra una calma serena e sincera. Ho il grande vantaggio di poter essere quello che ha meno emozioni da mettere in gioco e lo utilizzo per osservare gli altri. Tra le stanze di un normale ed accogliente appartamento nessuno sta fermo più di tanto: a qualche parente e alle amiche più intime di Jessica sembra che star lì a fare solo una semplice compagnia sia un peccato. Le foto alla sposa hanno un sapore più intimo, forse perché alla fine lei decide di farle in casa o forse perché vedere una ragazza che indossa l’abito con cui diventa moglie sembra quasi una profanazione. Qui scatta un qualcosa di intimo e magico insieme tra Antonella, oggi nel team con Maurizio, e la sposa: non lo vedo veramente, non c’è un fatto che me lo fa capire o un episodio che sancisce l’inizio di un’intesa che finirà con un caloroso abbraccio a fine serata. Però da adesso fino alla fine della giornata quando l’asticella delle emozioni di Jessica si alza un po’ troppo, basta uno sguardo sorridente con Antonella e un piccolo salto (un codice scherzoso tra loro) perché tutto torni a un livello emotivo controllabile. Ho realizzato in questo momento, e ne ho avuto prova poi per tutta la giornata, che Maurizio e chi lavora con lui non fa solo delle foto: sono le uniche persone che non perdono mai di vista gli sposi, che passano la stragrande maggioranza del tempo insieme a loro, quelli che in assoluto ce ne passano di più. Per farlo non è sufficiente essere simpatici, bisogna raggiungere un’empatia così intensa da racchiudere la veridicità di un’amicizia ventennale in poco meno di 24 ore.

Devo ammettere che in chiesa non entro più con costanza come quando ero più giovane. Di questo ambiente però ricordo una certa sensazione di indifferenza alle ansie e alle paure del mondo che sta fuori. Nella sua veste di tempio è il luogo della sacralità, della cerimonia, del rito e dell’ufficialità. Qui dentro le note delle canzoni, che accompagnano gli sposi durante il rito, sono sempre maestose. Unite al fresco di questi ambienti fanno sempre pensare che le cose possono andare meglio di come te le aspetti, meglio di come avresti creduto o sperato. Perché la vita riserva sempre delle sorprese che sono più belle di quanto immaginiamo. Mi chiedo se siano questi i pensieri di Jessica e Luca quando ascoltano l’omelia del parroco; quando si scambiano con qualche incertezza l’anello e ripetono la formula “Io, accolgo te…”; quando cercano con lo sguardo quello dei testimoni come a dire “vedi, lo sto facendo!”; quando scambiano un segno di pace con i propri genitori che assomiglia tanto a una specie di saluto solenne, di chi ha preso con coraggio e decisione una strada e non ha intenzione di tornare indietro.

Sono qui dentro, dietro una colonna, nascosto per non dar fastidio e al contempo per avere facilità di vedere quel che succede. Mi pare di essere coinvolto: anche io voglio vedere il bacio tra gli sposi, anche io voglio applaudire alla fine del rito, anche io vorrei festeggiare tirando il riso all’uscita. La cerimonia nuziale è come una canzone: ha un ritmo che a un certo punto ti prende, muove le tue corde, incanta e coinvolge, magari anche solo per un attimo.

 

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